I social network hanno cambiato drasticamente il nostro modo di approcciarci alle persone, ma non solo: anche con enti, associazioni, gruppi oppure grandi marche.
Se volessi mandare un messaggio a una grande azienda alimentare basterebbe aprire l’app di Facebook o Instagram, andare sul profilo ufficiale e scrivere un messaggio privato, oppure pubblicare un post taggando direttamente chi di dovere.
Tutto facile, maledettamente facile. Oppure no?
Nel corso delle mie avventure digitali — e lo dice uno che è passato dalle stelle alle stalle in 48 ore, ma questa è un’altra storia — mi sono reso conto che esistono due modi per approcciare un problema nei confronti di un gruppo di persone, un’azienda o una persona.
Passeremo dal più semplice al più difficile, ma che può portare grandi soddisfazioni.
Useremo come esempio un problema con un Comune X, ma può valere anche per un professionista, una grande azienda, un prodotto, ecc.
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La più facile:
Ho un problema con il Comune X: scrivo o contatto direttamente il Comune, spiego a chi di dovere la mia situazione e cerco di risolvere quanto prima la problematica.
Certo, se questa segnalazione viene fatta in un contesto di azienda o realtà privata, la gestione può essere molto più veloce, perché nella P.A. , si sa, alcune questioni sono incredibilmente burocratiche.
Ma porto avanti la mia idea, mi faccio sentire e spero di risolvere quanto prima, alle volte anche insistendo.
La più difficile, ma con grandi soddisfazioni:
Ho un problema con il Comune X: scrivo un bel post su Facebook, magari taggando la pagina del Comune, sperando di ottenere la sua attenzione, ma il mio vero scopo è un altro… alzare un polverone, far vedere a chi mi sta attorno la mia indignazione e quanto sono arrabbiato/a.
In questo caso non si vuole risolvere il problema in poco tempo, ma si vuole creare hype negativo nei confronti di “quelle persone brutte e cattive” che lavorano per il Comune X, per la grande azienda o per chiunque sia coinvolto, sperando — oltretutto — di dare avvio a una vera e propria shitstorm.
Il bello è che, in questo caso, il problema non viene minimamente risolto. Finita la sbornia da sfogo postato, la problematica rimane lì, in bella vista.
In moltissimi casi le pagine social non servono per le segnalazioni, perché per quel genere di richieste esistono posizioni, ruoli e contatti specifici. Le pagine social nascono principalmente per informare sui fatti, sulle attività, su ciò che accade in quel luogo, su un nuovo prodotto.
Che poi si possa anche scrivere, rispondere o inviare messaggi sta a chi gestisce la pagina ufficiale decidere se farlo o meno, e spesso la risposta si traduce in un:
“Contatta l’ufficio XXXX al numero XXXX e ti daremo riscontro quanto prima.”
Fa strano pensare che, tra le due scelte, sia effettivamente la prima a portare a una soluzione. Anche se a volte lunga e complicata, contattare chi di dovere è sempre un passo in più e dimostra una certa consapevolezza nell’uso degli strumenti digitali.
Però… c’è un però.
La seconda scelta porta grandi soddisfazioni, ci fa sentire tremendamente importanti, dà spazio allo sfogo, alla frustrazione che scarichiamo online sperando di ottenere risposte o giustificazioni. E quello che ci piace davvero sono i like, i “pollicioni” e i cuoricini che arrivano a ogni notifica — soprattutto se positiva.
Tuttavia, se la problematica è davvero lieve o è principalmente uno sfogo personale, la regola delle 72 ore è probabilmente la soluzione migliore per sgonfiare la situazione.
Ma di questo parlerò meglio in un secondo momento.
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✍️ Ah, quasi dimenticavo! Tutto quello che hai letto in questo articolo è frutto del mio lavoro personale — niente intelligenza artificiale nella stesura del testo (se non per una correzione grammaticale in ultimo), solo passione, esperienza… e un po’ di sana caffeina!
Foto creata con Copilot
Felicidad
